gli obblighi del social media manager

Gli obblighi del Social Media Manager

Gli obblighi del SMM sono in linea di massima, obbligazioni di mezzi che possono andare in contrasto con le pretese di risultato da parte del cliente. Come gestire questo binomio che può creare non pochi problemi?

Immaginiamo la scena. Un SMM riceve una telefonata da un suo cliente che, con tono alterato, esordisce così: “E’ da quindici giorni che hai iniziato a lavorare sui miei social. Non ho venduto neanche un prodotto in più e non sono aumentati i like su Facebook”. O altre frasi di questo tenore in base all’attività del cliente e sulle aspettative che questi si era creato. La risposta del SMM potrebbe essere del tipo che è troppo presto per vedere i risultati, che il posizionamento è appena iniziato e che la comunicazione richiede tempo per essere efficace. Sono giustificazioni che un cliente può accettare? Probabilmente no. E sicuramente non apprezzerebbe neppure sentirsi dire che “io non posso garantire risultati!” perché, viceversa, è proprio il risultato che il cliente si aspetta. Del resto, quando vi ha scelti, si è fidato perché sul vostro sito avete scritto che migliorate la visibilità social e aumentate le conversioni da contatti a clienti. E magari vi rendete conto in quel momento che avete messo in evidenza la massima resa sui budget destinati alle campagne pubblicitarie.

Conseguenza? Dopo un mese o due di campagna social e i vostri sforzi, il cliente risolve il contratto e si rifiuta di pagare a fronte di ciò che per lui è zero risultati. Difficile quindi per il SMM ottenere il pagamento del residuo periodo contrattuale, ciò anche in considerazione del mancato riconoscimento della categoria, di un albo che abiliti alla professione, di tabelle per poter calcolare validi parametri sui compensi. Il rischio, quindi, è quello di non essere pagati o, ipotesi non del tutto remota, ricevere richieste danni o restituzione dei compensi anticipati.

Perché tutto ciò? E’ chiaro per il SMM che non può garantire con certezza assoluta che aumentino i click, i like, le visite su un sito e, meno che mai, le vendite di un prodotto o un incremento di voti alle prossime elezioni. Insomma, quali sono gli obblighi del Social Media Manager? Il SMM può solo svolgere al meglio il proprio lavoro e garantire il suo impegno e la professionalità. Ma è questo che il cliente vuole?

Ci troviamo in una strana situazione in cui giuridicamente parlando, il SMM mette a disposizione inserendola nel contratto, quella che è un’obbligazione di mezzi a fronte di una volontà del cliente che vuole un risultato; ma l’obbligazione di risultato è cosa ben diversa. Un esempio semplice? Al medico che cura un paziente malato, viene richiesta un’obbligazione di mezzi, non potendo garantire la guarigione; un trasportatore deve invece porre in essere un’obbligazione di risultato: consegnare la merce nel luogo esatto. Un avvocato non può garantire il buon esito di una causa, ma se mi rivolgessi ad un chirurgo plastico con la foto di come voglio venga rifatto il mio naso, ecco che chiedo un risultato.

Gli obblighi del Social Media Manager quali sono? Insomma, come si collocano i SMM in questo contesto dal momento che, mancando una normativa di riferimento, si deve ricorrere ai principi generali codicistici e a strumenti contrattuali che devono essere di volta in volta adattati alla sua attività? Il tutto tenendo conto del cliente che vuole e pretende risultati. Magari basandosi sulle pagine social proprio del SMM che contengono messaggi fuorvianti se non addirittura con toni trionfalistici quando scrivono frasi del tipo: Con noi risultati garantiti; I nostri clienti raddoppiano le visualizzazioni e il fatturato in sei mesi”.

Soluzioni per il SMM? Intanto quello di “educare il cliente”, rendendolo consapevole che anche se portate il cavallo al pozzo, non è detto che beva (la saggezza dei vecchi proverbi), ma questo adagio dovrebbe trovare il giusto inserimento nei contratti dei SMM; contratti che a loro volta dovrebbero essere costruiti di volta in volta e non presi da modelli trovati su internet. Girano infatti sulla rete schemi di contratto per SMM che si occupano solo di alcuni aspetti e ne tralasciano altri di rilievo quali, ad esempio, proprio la circostanza che non è possibile garantire risultati. Peggio ancora potrebbe andare a coloro che, ancora oggi, si limitano a definire il rapporto con il cliente sulla semplice base dell’accettazione del preventivo. Le strette di mano andavano bene (forse) in un’altra epoca: oggi sono a dir poco inopportune.

Ultima considerazione ma non certo ultima per importanza. Accedere ai social dei clienti, vuol dire avere le loro chiavi di casa e poter prendere visione di tutti i dati personali (magari anche quelli sensibili) dei loro clienti e follower. Vi siete tutelati per quanto attiene al GDPR, trattamento dati, privacy e dintorni? Anche questo dovrebbe essere inserito nei contratti. Anche questo fa parte degli obblighi del Social Media Manager.

Avv. Gianni Dell’Aiuto

Per approfondire leggi anche https://www.emeracomunicazione.it/2020/05/10/il-contratto-del-social-media-manager/

Furto e vendita di dati_ istruzioni per il Social Media Manage

Furto e vendita dati: istruzioni per Social Media Manager

Furto e vendita dati: come ci si può proteggere dai pericoli interni?

Ecco alcune istruzioni per il Social Media Manager.

Dipendenti e collaboratori possono essere vere falle nel sistema di protezione dei dati e gestione della Privacy. Non solo disattenzioni, furto e vendita dati, data breach; adesso abbiamo la prova che in ogni azienda possiamo trovare un traditore al suo interno.

E’ di alcuni giorni fa la notizia di un’operazione della Polizia Postale che ha scoperto come alcuni dipendenti di TIM avessero messo in vendita i dati personali degli utenti. Tredici ai domiciliari e sette in carcere. Coinvolti non solo impiegati, ma anche ovviamente intermediari che si occupavano di tenere i contatti e, ovviamente, andare a rivendere i dati a qualche azienda di marketing, di profilazione o direttamente alla concorrenza. Le indagini sono ancora in corso e sono nate da una denuncia della stessa TIM che, almeno sotto questo punto di vista, si è dimostrata attenta. Sicuramente sarà stata fatta anche una segnalazione al Garante che emetterà i provvedimenti di sua competenza. Dalla cronaca sembra che siano stati sottratti i dati di oltre un milione di utenti e che il guadagno per ogni contratto concluso fosse di quattrocento euro. Una cifra importante se pensiamo ai numeri complessivi. Gli acquirenti? Sembra i call center che, alla faccia del GDPR e dei divieti imposti, sembra che non siano toccati dalla cosa. Forse qualche pesante sanzione da parte del Garante potrebbe essere un segnale.

I dati più richiesti? Sembra quelli registrati per i reclami. Quale migliore occasione, infatti, di chi è scontento di un servizio per offrirgli un’alternativa?

Adesso è giunto il momento per un Social Media Manager, e per le società che utilizzano questa figura ormai sempre più indispensabile per essere presenti e visibili sul mercato, di capire a quali dati in loro possesso potrebbe interessarsi qualche criminale informatico. Apparentemente, infatti, e come purtroppo qualcuno continua a ritenere, il SMM non lavorerebbe con i dati e non ne entrerebbe in possesso.

Sul punto si vogliono ribadire due aspetti fondamentali. Il primo è che, come ogni imprenditore, un SMM è soggetto al GDPR in quanto deve concludere accordi con clienti, fornitori e collaboratori e, pertanto, non può sottrarsi ad un preciso obbligo di legge. Il secondo punto è che, sostituendosi di fatto al suo cliente o, peggio ancora, a quello dell’agenzia per cui lavora, il SMM ha la disponibilità a una quantità inimmaginabile di immagini, nomi, like e interazioni. Perché anche un like è un dato personale. Ai sensi del GDPR, infatti, per dato personale intendiamo “ogni informazione che non solo individui una persona, la renda identificabile, direttamente o indirettamente, ivi compresi gli identificativi on line quali gli elementi caratteristici della sua identità fisica, fisiologica, genetica, psichica, economica, culturale o sociale” E sotto questo punto di vista cosa altro può rendere identificabile una persona di un patrimonio di like e manifestazioni di preferenze su determinati argomenti?

Tutti questi dati costituiscono un patrimonio inestimabile per un’azienda, un professionista, un personaggio pubblico che voglia incrementare la propria visibilità o che aspiri a diventare a sua volta un volto del web. E’ chiaro che si tratta di dati di proprietà di chi li ha legittimamente raccolti, ottenendo in tal senso il consenso al trattamento, ma chi ci mette le mani, li gestisce e tratta dal proprio computer o altro strumento adeguato, è il SMM. Non solo; è estremamente probabile anche che il SMM possa essere completamente sconosciuto al cliente ultimo e ai suoi fan e follower: quante aziende o personaggi vorrebbero far sapere al loro pubblico che le risposte e i commenti sono materialmente scritti da un’altra persona? Ed un ulteriore aspetto da considerare: il SMM è figura interna di un’azienda che cura l’immagine del cliente ultimo o è, come più spesso accade, una figura esterna?

Si tratta di aspetti di non poco rilievo che assumono una fondamentale importanza sia a livello giuridico per la costruzione di contratti che tutelino tutte le parti, sia per la gestione ed il trattamento dei dati: cosa accadrebbe se, ad esempio, un hacker si impadronisse di un database di clienti di un’azienda o follower di un politico bucando l’account del SMM? Altra situazione da considerare, alla luce della vicenda TIM.

Premesso che il furto e vendita dati è reato di cui risponde chi lo ha commesso, cosa accadrebbe nei rapporti tra le parti, la gestione del data breach e l’eventuale irrogazione di sanzioni da parte del Garante? E se un collaboratore del SMM si lasciasse corrompere come i dipendenti infedeli di TIM per avere quei dati?

In questo contesto si intrecciano interessi e peculiarità tali da imporre un’attenta analisi preventiva dei rapporti, delle attività richieste a ciascuno dei players e creare strumenti contrattuali e lettere di nomina e incarico che cerchino di salvaguardare tutte le posizioni, oltre ad una costante formazione degli operatori anche per evitare furto e vendita dati.

Gianni Dell’Aiuto

Avvocato – Data Protector Officer

Per approfondire leggi anche: https://www.emeracomunicazione.it/2020/06/12/il-contratto-del-social-media-manager-2/

personal branding

Il personal branding

Il personal branding. Che cos’è e come si costruisce

Il personal branding è la gestione strategica della propria immagine professionale. Contrariamente a quello che si può immaginare, forse per ragioni di comodità e semplicità, non basta autoproclamarsi “esperto in…”. Il personal branding non è non è quello che diciamo di noi stessi ma è quello che gli altri pensano e scrivono di noi.

Insomma, sono gli altri che ci devono riconoscere come gli esperti in quel determinato settore.

È un processo lungo, un investimento su se stessi e come tutti gli investimenti richiede tempo, mesi, anni e va fatto ogni giorno con grande costanza.

Ma perché?

Per tanti motivi ma per brevità riporto qui i 3 principali.

1-le persone si fidano sempre di meno di prodotti e servizi sponsorizzati online, si fidano sempre meno di brand: vogliono vedere in faccia le persone, vogliono sapere cosa queste persone comunicano, che valori hanno, in cosa credono.

2-distinzione dai competitor. Identificare un posizionamento e curare la propria immagine serve a distinguersi dalla concorrenza indifferenziata.

2-selezione dei potenziali clienti. I potenziali clienti che vi seguono sui social si rendono conto della vostra personalità, del valore aggiunto che siete in grado di apportare. In questo modo, sarete contattati solo dai clienti in linea con il vostro standard, clienti in target insomma.

Il personal branding: come si costruisce.

Alla base c’è sicuramente la definizione di un posizionamento ben preciso

È importante spiegare bene chi siete, cosa fate, gli elementi che vi rendono unici: insomma, perchè rivolgersi a voi.  

I contenuti hanno un ruolo fondamentale: utili, di valore, con linguaggio fruibile da chiunque

Utilizzate tutti i canali per il comment marketing: partecipate a gruppi di discussione, forum di domande e risposte come ad esempio Quora, gruppi di Facebook e Linkedin.

Chiedete ai vostri clienti recensioni e testimonianze. Se strutturate in modo efficace, cioè in modo da mettere in risalto il vostro plus, servono davvero tanto ad accrescere la vostra autorevolezza.

Le interazioni sono fondamentali: seguite gli altri utenti, individuate gli “opinion leader” del vostro settore e commentatene i post. Condividete articoli esprimendo sempre il vostro punto di vista.

Strumenti indispensabili per il personal branding sono un piano editoriale e un calendario editoriale per stabilire ogni quanto si intende pubblicare e con quale alternanza di contenuti.

Tra una pianificazione e l’altra, però non dimenticare di annotare tutto ciò che vi passa per la mente. Va bene pianificare, va altrettanto bene cogliere la notizia del momento al volo e pubblicarla in barba a quanto stabilito.

Infine, chiudo con una metafora. Non rincorrete le farfalle. Curate piuttosto il vostro giardino.

Non affannatevi a cercare nuovi clienti, non disperdete tempo e soldi in costose campagne o in siti ultramoderni e megagalattici.

Pensate bene a curare la vostra immagine, che poi è il vostro biglietto da visita, è la vostra credibilità e i clienti arriveranno da soli.

Laura Caracciolo

Social Media Manager

Per approfondire leggi anche https://www.emeracomunicazione.it/2020/03/15/social-media-per-professionsiti/

il contratto del social media manager

Il contratto del Social Media Manager: 5 errori da evitare

Chi entra in un bar e chiede “Un caffè”, ha appena accettato la proposta di vendita contenuta sul listino affisso sopra la cassa che indica “1 euro” quale prezzo da pagare. Da quel momento in poi nascono le obbligazioni dei contraenti: per il cliente pagare integralmente il prezzo e, per il barista, fornire zucchero, piattino e cucchiaino e un goccio di latte per macchiarlo, se richiesto. La tazzina non dovrebbe avere macchie di rossetto e, si spera, non dovrebbe neanche contenere residui di acido muriatico. E il bicchiere d’acqua è compreso o no? La correzione a cognac invece sappiamo tutti che è a parte. Sembrava più facile vero?

Noi avvocati lo definiamo rapporto contrattuale. Anche per un caffè, quindi, sarebbe opportuno un accordo scritto per chiarire tutti gli elementi, limitare responsabilità, rischi, fatti di terzi e il post vendita. Meglio evitare che accada ciò che è avvenuto ad una nota catena che si è vista condannare perché non aveva avvisato che il caffè contenuto nel bicchiere era bollente: una cliente si scottò le e l’azienda fu condannata a risarcire i danni. Più complesse sono le obbligazioni che derivano da un contratto e maggiori devono essere le cautele, specialmente per il fornitore.

Di tutto ciò sembra che se ne dimentichino molti fornitori di servizi, specialmente quelli connessi al mondo di internet, tra cui, in particolare, i Social Media Manager, sulle cui modalità di concludere un contratto molto ci sarebbe da dire. Cerchiamo allora di capire, perlomeno, come NON si deve concludere un contratto.

Permettete una piccola, noiosa, ma indispensabile premessa giuridica.  Un contratto si “conclude” quando le parti sono d’accordo su tutti gli elementi ma, dopo, deve essere anche eseguito. Ricordiamoci quindi che esiste un contratto come “atto” (accordo) e un contratto come “rapporto” (l’esecuzione). L’atto deve contenere non solo tutti gli elementi perché si possa ritenere un contratto concluso, ma anche quelli che ne disciplinano l’esecuzione e anche il dopo; quello che si chiama post-vendita e che per molte aziende dovrebbe essere, oltre ad un dovere, anche un plusvalore.

Per quanto riguarda il contratto del Social Media Manager ecco 5 errori da evitare.

1 Basta una stretta di mano

Forse in altre epoche era sufficiente. Quando ci si limita a ritenere che basta un assenso tra amici per definire tutti i termini di un contratto, non ci si rende conto dei rischi in cui si può incorrere, specialmente se una delle parti ritiene che alcuni elementi debbano ritenersi “sottintesi” in virtù proprio del sottostante rapporto di amicizia che intercorre.

In giudizio però tutto questo non riesce ad essere provato. Anzi; già è dura fornire la prova che la stretta di mano vi sia stata, immaginiamo il resto.

2 Scaricarlo da internet

Quando noi avvocati (brutta razza, lo so; ma qualcuno deve pur farlo) leggiamo i contratti che si trovano in internet, possiamo davvero dire di aver visto cose che voi umani …

I modelli prestampati già andavano poco bene quando si compravano nelle cartolerie. Infatti, non possono prevedere tutti i possibili risvolti del caso e, specialmente oggi, tra tutele dei consumatori, aspetti fiscali, dati personali e garanzie da fornire al cliente, è a dir poco impossibile che un modello trovato online possa tutelare un imprenditore o, peggio, chi opera sul web come ad esempio il Social Media Manager.

3 Il preventivo

Presentare un preventivo che, lo sappiamo, per abitudine e prassi, si vuole contenere in poche righe, massimo una pagina, perché il potenziale cliente si annoia a leggere un documento troppo complicato, è un sistema fin troppo abituale ma che dovremmo veramente smettere di usare. Possiamo in un preventivo inserire tutte le clausole necessarie per disciplinare la futura gestione ed evoluzione del rapporto? Se intervenissero variazioni di costi per il fornitore? Cause di forza maggiore?

4 Intanto iniziamo, poi vediamo come procede

E già fa ridere da sola.

Sorgono troppe domande che gli interessati non si fanno, tipo: iniziamo cosa? Come procede chi? Quando lo devo fare? Ci sono scadenze? Si, ma esattamente cosa devo fare? Come, quando e quanto mi pagherai? Devo andare avanti?

D’accordo, siamo all’improvvisazione più totale e sembra fantascienza ma, purtroppo, sappiamo bene che è una triste realtà.

5 Farlo scrivere da chi non è avvocato

Purtroppo, il legalese è un idioma più difficile del turco o del cinese e solo alcuni folli possono pensare di cimentarsi nella stesura di un contratto usando i termini corretti anche perché a molti sfugge che in questa strana lingua non sono ammessi i sinonimi. Eccoci quindi al paradossale: vengono usati come sinonimi locazione e affitto, risoluzione e recesso, addirittura proprietà e possesso.

In tribunale provate a spiegare ad un giudice che voi, in realtà, intendevate un’altra cosa…

Si potrebbe continuare e, andando avanti, magari raddoppiare questi modi non proprio ortodossi per concludere i vostri contratti.

Riflettete un attimo: ne vale davvero la pena?

Il contratto del Social Media Manager è come un vestito da cucire su misura: va adattato alle vostre aziende e alle necessità di ogni singolo business. O meglio ancora per tornare all’esempio iniziale: in che cosa consiste il vostro caffè? Quale zucchero o latte dovete mettere a disposizione necessariamente del vostro cliente e che cosa invece non è compreso? E, dall’altro lato, che cosa intende il cliente per il suo caffè? Pensateci bene.

Per finire, un consiglio.

Nei telefilm americani si vedono imprenditori che vanno in giro con avvocati con la stessa disinvoltura con cui un cowboy porta la sua pistola; tutto ciò avviene anche nella realtà. Un motivo probabilmente c’è. Per un avvocato il codice è paragonabile ad un’arma e, per parafrasare Clint Eastwood in “Per un pugno di dollari” quando c’è da scrivere un contratto e un imprenditore disarmato, incontra un imprenditore armato di avvocato e codice, quello senza avvocato e codice è un imprenditore che sul mercato è morto.”

Avv. Gianni Dell’Aiuto

Per approfondire leggi anche: https://www.emeracomunicazione.it/2020/05/10/il-contratto-del-social-media-manager/

come gestire da soli i social media

Come gestire da soli i social media

Come gestire da soli i social media è una domanda che in tanti si pongono. Purtroppo la buona volontà e la formazione specifica non sono sufficienti per produrre contenuti di valore o per trovare contatti in target.

Non basta aver fatto studi classici o conoscere le ultime novità del proprio settore quando poi le pubblicazioni vengono gestite a casaccio senza un piano editoriale a monte.

Che dire poi dei profili incompleti o delle pagine carenti a volte anche delle più banali informazioni.

Per non parlare degli articoli… Oggi per scrivere non basta saper scrivere! “Ma io a scuola facevo dei temi belllissimi…” Già… a scuola. Ma qui non siamo a scuola. Siamo sul web. Non c’è solo la prof che legge e corregge: c’è un mondo, c’è il web: una rete appunto!

Vogliamo parlare dei luoghi comuni legati a LinkedIn ancora oggi visto come il “social di chi cerca lavoro”?

Per andare incontro a tutte le persone che ci domandano come gestire da soli i social media, il team di Emera ha predisposto un nuovo servizio: il Social Media Tutoring erogato da:

Laura Caracciolo, Social Media Manager

Romina Mattoni, Copywriter

Elisa Cornelli, Linkedin Strategist

Il servizio prevede una consulenza di 40 minuti effettuata su piattaforma zoom su specifiche tematiche di volta in volta individuate e sarà erogata da un singolo membro del team che interverrà sulla propria area di competenza.

Grazie alla possibilità di condivisione dello schermo offerta dalla piattaforma zoom, per le consulenti sarà possibile guidare l’utente e questo conferirà alla consulenza un carattere estremamente pratico.

Nel dettaglio la consulenza riguarda le seguenti aree tematiche

  • Gestione generale dei social media: Facebook, Twitter, Linkedin Instagram. Quale social scegliere. Piano editoriale, calendario editoriale, frequenza pubblicazione, personal branding, interazione con gli utenti. A cura di Laura Caracciolo
  • Copywriter: Redazione testi (articoli per blog, Landing page, Linkedin, siti internet). Cosa serve e da dove partire per scrivere un testo in Copy seguendo le regole del Marketing a risposta diretta. A cura di Romina Mattoni
  • Linkedin, strumenti e strategie: identificazione dei clienti ideali; primi passi per trovarli e contattarli su Linkedin; ottimizzazione del profilo personale per valorizzare la propria unicità rispetto ai concorrenti. A cura di Elisa Cornelli

La consulenza verrà erogata previa prenotazione e prevede un compenso di euro 50 euro + iva.

Per sapere come gestire da soli i social media o per prenotare il servizio contatta direttamente la consulente di riferimento ai seguenti recapiti:

Laura Caracciolo, Social Media Manager info@emeracomunicazione.it

Romina Mattoni, Copywriter rominamattoni13@gmail.com

Elisa Cornelli, LinkedIn Strategist elisa.cornelli.cr@gmail.com

Il contratto del Social Media Manager

Il contratto del Social Media Manager

Il contratto del Social Media Manager, si avete letto proprio bene.

Il Social Media Manager è un’attività di grande responsabilità purtroppo molto spesso gestita in maniera irresponsabile

Il Social Media Manager è un lavoro che sta prendendo sempre più piede. È un lavoro che affascina ma, come tutti i professionisti, anche chi opera nel web deve prevedere la stipula di un contratto con il cliente che sia in grado di tutelare le sue prestazioni lavorative.

Mi spiego meglio. In un contratto, ciascuna delle parti deve eseguire un’obbligazione, intesa in senso giuridico di attività oggetto del rapporto.

Se chiedo ad una impresa edile di costruirmi la casa, l’obbligazione per entrambe le parti è di risultato: la casa a fronte dell’integrale pagamento. Un avvocato o un medico, invece, non possono garantire l’assoluzione di un colpevole o la guarigione di un malato e la loro obbligazione è di mezzi: certamente devono fare tutto il loro meglio per poter giungere al risultato, ma non possono garantirlo.

Lo stesso vale per il SMM che non può dare garantire al cliente più like, condivisioni o avere più voti alle prossime elezioni; men che meno l’aumento del fatturato. Il SMM assume, dunque, un’obbligazione di mezzi.

Ma il cliente lo sa? Lo ha capito? Non sempre… anzi! Il cliente vuole “semplicemente” un risultato. Spesso, addirittura, lo pretende. Quante volte può capitare, ed è capitato, che dopo una settimana di attività del SMM, il cliente chiama per lamentarsi che, pur avendo pagato, non ha ricevuto né un like in più né venduto un prodotto in più?

Ecco che si pongono alle parti, specialmente al SMM, una serie di criticità non indifferenti sul piano legale, dovendo bilanciare prestazioni ed esigenze giustapposte.

I pochi, scarni e incompleti, modelli di contratto che si trovano in rete, oltretutto, non aiutano a risolvere il problema e pongono, in caso di conflitti tra le parti, difficoltà di interpretazione cui non è dato sapere come potrebbe rispondere un giudice.

La maggior parte dei formulari che circola indica un elenco di attività che il SMM si impegna a realizzare sui social, senza indicare i budget di spesa o informative al cliente; senza previsione di implementazioni o interventi correttivi che, caso per caso, potrebbero essere parte essenziale del contratto o esserne esclusi.

Come comportarsi se un cliente chiede una prestazione per lui inclusa e per il SMM esclusa? In pochi contratti si prevede chi sia a scegliere i contenuti, chi ha la decisione finale sugli stessi, (solo a volte ci si limita a richiami generici), su chi incombano le responsabilità, ad esempio, nel caso di oscuramento di un sito o eliminazione di post su un social.

Niente infine si dice sulla protezione e sul trattamento dei dati personali del cliente che, necessariamente, passano tra le mani e sono nella disponibilità del SMM.

Né questi può obiettare semplicemente affermando “ma il cliente mi ha dato le credenziali di accesso”. Certo, queste costituiscono la condicio sine qua non per poter espletare l’attività lavorativa ma di certo non esonerano il SSM dagli obblighi previsti dalla recente normativa in tema di privacy.

Anche un like può essere un dato e qualche SMM, o un suo collaboratore, potrebbe sottrarli e rivenderli. Stessa cosa dicasi delle mailing list.

Per non parlare poi dei messaggi che leggono anche i Social Media Manager o i collaboratori. Già, i collaboratori…. Lo sa il SMM che risponde dell’operato di questi ultimi? E se costoro commettessero una scorrettezza? Se il SMM non si è adeguatamente tutelato, ahimè di fronte al cliente rimane lui l’unico responsabile e addio diritto di rivalsa. GDPR, questo sconosciuto!

Il Social Media Manager, inoltre, gestisce l’immagine del proprio cliente e, di conseguenza, in tale veste assume una vera e propria responsabilità anche verso terzi e verso l’esterno.

Il contratto del Social Media Manager quindi, per essere redatto a regola d’arte deve prevedere anche espressamente la configurazione del SMM nell’ambito della disciplina di cui al GDPR.

A seconda del ruolo ricoperto, infatti, il Social Media Manager può essere Titolare dei dati, Responsabile, Responsabile Esterno del Trattamento dei Dati.

Le fattispecie sono estremamente ampie e variegate e vanno esaminate caso per caso. Non è possibile dare delle linee guida di carattere generale.

Cosa succede se si ignorano o peggio sottovalutano questi aspetti? Che il tutto avviene a rischio e pericolo dei SMM che, non essendosi sufficientemente tutelati nella redazione di un contratto, rischiano di incontrarsi con i loro clienti non più negli uffici di questi ultimi ma direttamente nelle aule di un tribunale. E non è detto che ne escano vincenti.

Avv. Gianni Dell’Aiuto http://www.dellaiuto.com

imparare a vendere

Io sono un professionista non un venditore

Io sono un professionista non un venditore, io devo pensare alla mia attività professionale. A vendere ci pensano i commerciali.

Fino a qualche anno fa effettivamente le cose stavano proprio così: il professionista o l’imprenditore potevano concentrarsi sulla loro attività professionale o di impresa. Bastava essere bravi e onesti e i clienti arrivavano da soli. 

Oggi le cose sono cambiate: il mercato è saturo, la concorrenza è spietata. Internet ha messo in ginocchio tante realtà: i clienti si informano, si documentano, visitano i siti e i social dei concorrenti e magari trovano gli stessi servizi o prodotti ad un prezzo inferiore.

Come è possibile uscire vincitori da quella che è una vera e propria guerra dei prezzi?

Bisogna imparare a vendere.

La vendita, però, continua a non esser vista di buon occhio. Il venditore nell’immaginario collettivo è spesso associato ad un personaggio scomodo, un intruso che deve a tutti i costi rifilarci qualcosa che nella maggior parte delle volte si rivela una delusione se non una vera e propria truffa.

Oppure quando si parla di venditore si pensa al classico “agente di commercio” o “rappresentante” che gira in lungo e in largo la città con la sua valigetta sottomano.

Un ruolo che ultimamente si è tentato di riabilitare sostituendo la terminologia corrente con parole inglesi d’effetto tipo “key account” “sales manager” e così via.

Se vogliamo emergere e battere la concorrenza, sempre più numerosa, tutti dobbiamo imparare a vendere: noi stessi, i nostri prodotti o i nostri servizi.

Dobbiamo imparare a vendere in modo professionale, seguendo un metodo scientifico e misurabile. Solo in questo caso la vendita diventa un’arma molto potente in grado di rafforzare l’autorevolezza, fidelizzare i clienti acquisiti e fare in modo che siano loro stessi a portare altri clienti in target.

Per avere un flusso continuo di clienti, non basta più essere bravi e onesti. Bisogna adottare un metodo ed una strategia ed abbandonare il vecchio adagio “io sono un professionista non un venditore”.

Daniele Chermaz

https://www.linkedin.com/in/danielechermaz/

Vendere per Forza
Web: vendereperforza.it
Email: info@vendereperforza.it
FB: www.facebook.com/vendereperforza/
Dicono di noi: vendereperforza.it/diconodinoi/

Iscrivi al club: www.facebook.com/groups/vpfclub/

digital kidnapping

Digital kidnapping: il rischio estremo in rete

Il Digital kidnapping è ancora molto sconosciuto per questo vale la pena spiegare subito di cosa si tratta. Sicuramente avete quell’amica o parente che, non appena scopre di essere incinta, prima di tutto lo comunica sui social e, presa dall’entusiasmo e dalla felicità, dimentica che il messaggio non giunge solo ai destinatari che lei immagina, ma a tutta l’utenza globale della rete.

E non sappiamo chi c’è dall’altra parte della tastiera. Ovviamente la vostra amica vi farà sapere quando nasce il bambino, fornendovi la possibilità di avere il codice fiscale; saremo poi tenuti costantemente aggiornati su compleanni, eventi più o meno belli, magari facendovi sapere chi sono gli amichetti che partecipano. Apoteosi con il primo giorno di scuola, la prima comunione, la partita di calcetto o il primo saggio di danza.

Fermiamoci un attimo a pensare: ad un bambino di pochi anni, la mamma, spalleggiata da nonne, zie, amiche, ha costruito un’identità digitale. Un bambino non è ancora in grado di parlare, tantomeno leggere e scrivere, e qualcuno gli sta garantendo una presenza sui social condita da abbondanti fotografie.

Prese dalla smania di far vedere e celebrare i propri figli, queste mamme non riflettono sul fatto che la rete è un immenso oceano dove tutti possono pescare e che ha una memoria infinita. Inoltre, nel momento in cui una fotografia viene postata, chiunque se ne può impossessare e usarla come e quando deciderà. Quante foto di bambini vengono pubblicate in rete?

Uno studio americano del 2016 ipotizzava una media di 116 all’anno: addirittura ben il 90 % dei bambini al di sotto dei due anni negli Stati Uniti avrebbe almeno una foto sui social. Sono dati a cui possiamo credere e che lasciano pochi dubbi che possano essere validi anche in Italia. Ma di che cosa se ne può fare qualcuno di queste fotografie e di questi dati? Dati di cui, oltretutto, chi posta ne perde il controllo e il bambino, diretto interessato, non potrà mai averlo.

Insomma viene data la possibilità a qualsiasi utente della rete di usare l’identità di quel bambino.

Per che cosa? Alcune identità vengono vendute sul darkweb per giochi di ruolo: le foto vengono ripubblicate su account appositamente creati con hashtag quali #adoptionrp, #orphanrp e #babyrp. Insomma si corre il concreto rischio che il proprio figlio venga utilizzato facendolo interagire adulti o altri bambini. E’ possibile che venga inserito in un contesto familiare in cui più persone che possono essere coppie, fratelli o genitori e le immagini del bambino possono fare il giro della rete con una mamma e un papà diversi che potrebbero essere coinvolti nelle vicende che la fantasia dei rapitori o degli acquirenti di immagini decidono di fargli vivere.   

Perché la definizione corretta è proprio quella di “rapimento digitale” o, più correttamente, “Digital Kidnapping.” Non è il classico furto di identità che avviene quando qualcuno si sostituisce alla sua ignara vittima per svuotargli il conto corrente o la carta di credito.

Il Digital Kidnapping consiste nel far propria l’identità di una persona per farne i più svariati usi. Da quello appena indicato di usarla in un gioco virtuale alla creazione di follower di un profilo fino al predisporre pacchetti che possono essere venduti a chi decide di usare un numero potenzialmente infinito di identità per incidere su sondaggi o preferenze che possono essere non solo quelli sul festival di Sanremo o il Grande Fratello, ma anche incidere sulle elezioni del prossimo presidente americano.

Qualcuno potrebbe obiettare che si tratta di ipotesi fantascientifiche, ma purtroppo la realtà li smentisce: ricordiamoci che hacker e pirati informatici hanno a loro disposizione non solo gli strumenti necessari e tutto il tempo necessario, ma hanno anche un numero infinito di complici che li aiutano ogni giorno e agevolano il loro lavoro: tutti coloro che postano foto e informazioni in rete.

Avv. Gianni Dell’Aiuto

Contatti: www.dellaiuto.com

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eCommerce oggi al tempo del coronavirus

L’eCommerce oggi al tempo del coronavirus, sembrerebbe essere l’unica soluzione alla quarantena forzata, ad un immobilismo che ha paralizzato molte attività.

I dati di mercato si commentano da soli: le vendite online hanno subito una vistosa impennata.

Addirittura nelle ultime settimane è stato registrato un +94.4% nel volume delle spedizioni totali rispetto alla settimana del 15 – 22 febbraio.

I settori che hanno registrato un vistoso incremento sono Vino e Birra (settore Wine & beverage) con un +324% e quello degli articoli per Animali (settore Pet) con +111% *

Ecco un grafico che illustra l’andamento dei singoli settori.

A primo impatto verrebbe da pensare che l’eCommerce oggi al tempo del coronavirus debba essere caratterizzato da belle immagini, da una grafica perfetta e da video professionali. Dopo di che il prodotto si vende da solo!

In realtà non è propriamente così. È vero, una buona immagine è importante perché deve rendere l’idea di un prodotto. Stessa cosa dicasi per il video: deve essere professionale perché il video amatoriale può andar bene sì, ma per certi contesti più ludici.

Un particolare da non trascurare assolutamente è ancora una volta il contenuto. Il content marketing è in grado di far ottenere risultati migliori e di lunga durata in termini di lead generation: in pratica un buon contenuto può migliorare sensibilmente l’acquisizione di nuovi potenziali clienti.

Un buon contenuto genera un ritorno in termini di SEO (search engine optimization cioè l’ottimizzazione nei motori di ricerca).

Un buon contenuto genera vendite maggiori perché una descrizione coinvolgente ed emozionante sicuramente cattura un maggior numero di utenti.

Il contenuto è insomma il valore aggiunto che ogni eCommerce che si rispetti dovrebbe avere.

In fondo, in un mercato così competitivo siamo noi che dobbiamo far sì che le persone scelgano il nostro prodotto e non possiamo più solo aspettare passivamente di essere scelti.

Quale strategia migliore allora se non un buon contenuto insieme ad una buona immagine (o video)?

Laura Caracciolo, Social Media Manager

*Fonte:

https://blog.qapla.it/dati-ecommerce-covid19/

contenuto-di-valore

Come si scrive un contenuto di valore

Quando si parla di social una delle domande più frequenti è: come si scrive un contenuto di valore?

Sembra un interrogativo banale ma non lo è. Anzi molto spesso la chiave che determina il successo o l’insuccesso di un post è proprio il suo contenuto.

L’errore che maggiormente commettono le persone è quello di dare libero sfogo al loro ego o alla loro azienda che trattano come se fosse una loro piccola creatura.

E così, procedono facendo l’elenco dei prodotti o dei servizi che offrono. Ovviamente come li fanno loro, non li fa nessuno. Peccato che oramai l’autopromozione abbia davvero stufato.

Due cose sono fondamentali: il pubblico di destinazione e la piattaforma che ospita il contenuto.

Tener presente le esigenze del proprio target, far riferimento a quelle che sono le domande che più frequentemente vengono rivolte, deve essere la base.

Quindi, riepilogando, se volete sapere come si scrive un contenuto di valore, vi dico che gli step da seguire sono:

  • Definite il target: attraverso le buyer personas definite esattamente l’identikit del vostro target: età, sesso, residenza, abitudini, consumi
  • Definite gli obiettivi: cosa volete comunicare, cosa volete ottenere: visibilità, traffico al sito, generare lead, vendite
  • Ascoltate il vostro pubblico: quali sono le sue esigenze, quali i suoi bisogni, quali i suoi interessi.

Molto importante è la piattaforma dove i contenuti vengono pubblicati.

Il pubblico di LinkedIn non è quello di Instagram, così come quello di Facebook non è lo stesso di Twitter.

Evitate perciò di collegare gli account. È vero che vi consentono un grande risparmio di tempo, ma diventa un effetto boomerang: è del tutto controproducente e segno di poca professionalità.

Meglio dedicare un po’ più di tempo e definire bene il linguaggio sulla base della singola piattaforma.

Altro consiglio, evitate di presidiare tante piattaforme se non avete il tempo da dedicare o risorse tali da garantirvi una presenza costante e professionale.

Meglio un solo social media ben gestito piuttosto che tanti canali dove la presenza è saltuaria.

Se non sapete su quali canali essere presenti, cercate di capire

  • Dove sono i vostri competitor
  • Dove si trovano i vostri clienti o comunque il pubblico che volete raggiungere.

Fatte tutte queste analisi, via si parte!

Laura Caracciolo, Social Media Manager

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